domenica 14 marzo 2010

PRIVACY=INTERESSE PRIVATO


Immagine tratta da http://immagini.p2pforum.it/out.php/i5835_SloganPosteItaliane.jpg

PRIVACY=INTERESSE PRIVATO

L’impostazione data alla Legge sulla Privacy è del tutto singolare. Capita, in ogni città, di trovare delle targhe affisse all’esterno di condomini, ben visibili, molto vicine ai campanelli. Su di esse si può leggere che “questo condominio non intende ricevere pubblicità in buca e diffida chiunque a deporla in nome di una legge di cui si citano i riferimenti giuridici. Basta dunque un’idea di questo genere a mondare la nostra posta di ogni velleità commerciale? Penso proprio di no. E ve lo posso provare. Chiunque può recarsi in un ufficio postale e comperare questo servizio dalla società che, ormai, è diventata monopolista del settore. Otterrà buste, lettere, compilazione, spedizione e… sì, tenetevi forte, anche i nominativi di un numero di abitanti a scelta tra vari tipi di pacchetti. Voi vi chiederete: ma è legale vendere etichette con nome, cognome, indirizzo civico relativo ad un cittadino? Non lo so. Certo, siamo di fronte ad una strana incongruenza. Se vogliamo trovare un elenco completo della popolazione di un paese non possiamo ottenerlo con le pagine bianche cartacee o in formato elettronico (non tutti gli abitanti possiedono un telefono e non tutti hanno espresso pieno consenso all’utilizzo dei dati sensibili). Le poste italiane rimangono gli unici detentori di questi nominativi. E si fanno pagare per questo servizio. E anche bene. La Privacy? Un concetto di libertà mediante il quale si è dato vita ad un monopolio. Che di libero non ha proprio nulla.

lunedì 22 febbraio 2010

Down, Facebook e la tolleranza zero.


Down, Facebook e la tolleranza zero.
Immagine tratta da
http://static.technorati.com/09/11/25/1845/Facebook-Down---Twitter-Search.jpg
Ma davvero ci si stupisce che nasca su Facebook un gruppo chiamato «Giochiamo al bersaglio con i bambini down», che contava attorno alle 19 di domenica oltre 1300 iscritti? Beh, allora siamo degli ipocriti o abbiamo il prosciutto sugli occhi. Basta guardare cosa succede in alcune classi di alcune scuole (non generalizzo, sia chiaro). Insegnanti che non riescono ad insegnare, studenti con i piedi sul banco, mp3 nelle orecchie e Dio solo sa cos'altro. Bisogna aggiungere anche ciò che avviene per le strade: automobilisti indisciplinati e tutto ciò che questo comportamento provoca. E poi, come se non bastasse, al minimo rimprovero, sul banco degli imputati si mettono i maestri o i professori. I genitori non accettano che il loro "figliolo" subisca un "torto così grave" da una persona non della famiglia. La mancanza di rispetto per gli altri permea la nostra società e non ci si può nascondere dietro a dei numeri. Quelle 1300 persone iscritte al gruppo di Facebook possono rivelarsi ragazzi apparentemente innocui e di buona famiglia. Saremo disposti a correggere adeguatamente questa "sciocchezza" compiuta su Facebook adottando una tolleranza zero? E se questi ragazzi ci rimproverassero che in fondo noi stessi non siamo immuni da colpe perché abbiamo commesso sciocchezze, ai loro occhi, assai simili? Beh, torno a ripetermi. Il degrado che ha portato alla formazione di quel gruppo di Facebook ha radici lontane ed è figlio della nostra precisa volontà di: non accettare responsabilità; non accettare alcun tipo di autorità. Per realizzare la tolleranza zero non bisogna chiamarsi Rudolph Giuliani. Occorre solo coerenza. Ne avremo abbastanza? Coraggio. Proviamoci.

Circoscriviamo Pinerolo


Circoscriviamo Pinerolo
Immagine tratta da http://www.traunstein.de/index/verwalt/partner/Pinerolo.JPG
Pinerolo è una cittadina della cintura torinese che conta, all’incirca, 38 mila anime. Il doppio di Saluzzo che si trova in provincia di Cuneo. La differenza è che i saluzzesi si godono la loro città. I pinerolesi no. La sera, terminato il lavoro, la gente esce per andare a Torino o a Saluzzo. Questa abitudine, ho avuto più volte modo di dirlo è dettata dal fatto che i cittadini non sentono alcun legame con la città perché non è loro. A governare Pinerolo sono quelle quattro o cinque famiglie che determinano l’andamento degli affari, della politica, dello stile di vita. Non a caso, la cittadina del torinese vive un momento di profonda depressione economica. Le grandi aziende se ne sono andate o lo stanno facendo. La città langue. Una grossa mano a scendere nel baratro della crisi di identità la danno le politiche amministrative sempre più attente al centro della città (la piazza del Municipio, s’intende) e meno alle zone limitrofe. Sette chilometri quadrati, 38 mila abitanti, commercio, artigianato, tutto viene messo in mostra in quella modesta porzione di terra che è Piazza Vittorio Emanale. Persino la tappa del Giro d’Italia deve concludersi nella zona dei Portici nuovi. Qualunque manifestazione venga organizzata non esce da questo circolo vizioso. Eppure, a Torino, con le circoscrizioni, si sono ravvivati interi quartieri ed è aumentata l’affezione e l’orgoglio della gente per la città. Perché non si può fare altrettanto a Pinerolo? La domanda va posta a chi ha voce in capitolo.

domenica 31 gennaio 2010

SELF-MADE-NON


(Immagine tratta da http://www.fundingfreedom.com/images/bobbiecarlyle2.jpg)
Un tempo gli Stati Uniti erano il faro economico del mondo occidentale. Qualunque cosa importante nasceva in America prima che in qualunque altro Paese del mondo. L’emblema, la bandiera storica che questo Paese sventolava sulla testa di tutti i suoi potenziali rivali era quella del SELF-MADE-MAN, l’uomo che si era fatto da sé. Con questa locuzione veniva inteso denominare quella mentalità tutta anglosassone di creare sistemi economici che davano l’opportunità di arricchirsi a chiunque, anche se partiva da umili origini. Serenamente ed obiettivamente, questo concetto non è stato tradito molto spesso. Fino a poche decine di anni fa. Oggi è quasi impossibile per un americano che viene dai bassifondi fare fortuna in modo legale. La battaglia persa dal self-made-man è stata vinta dalle Corporation. La globalizzazione ha fatto il resto. Per il timore dello spauracchio europeo, con l’era Clinton, gli Stati Uniti hanno favorito l’espansionismo cinese e indiano ed oggi arrancano in un economia che non riescono più a governare perché non la comprendono più. La loro principale ricchezza, come detto, è sempre stata l’iniziativa privata, l’individualità del singolo che era in grado con un’idea, con il proprio lavoro, con la fortuna (perché no) di essere d’esempio per gli altri. Oggi, la ricchezza è diventata come l’energia. “Non si crea e non si distrugge”. Le posizioni sociali raggiunte costringono tutti all’interno di una stretta cerchia economica che sa tanto di “casta” indiana. La Corporation è formata da un insieme di soci è questo potrebbe sembrare una rivisitazione del concetto dell’uomo che si è fatto da sé. Non è così. In un mercato selettivo e lobbista come quello di oggi, governato dal capitalismo mondiale, i protagonisti sono sempre gli stessi. E lo saranno ancora per molto tempo. Almeno fino a quando un SELF-MADE-MAN non deciderà di rinverdire le gesta di un tale Ned Ludd che è passato alla storia per aver tentato di fare una rivoluzione contro il progresso, la tecnologia. Attendo con impazienza quel giorno.

lunedì 25 gennaio 2010

Cina-India contro resto del Mondo


(Immagine tratta da https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEivUuxB67XXdlGzKk3r8j-t8ZtQNQPHk81qn4zNOOYRy3BdCPnibztS-hYIkSOMLlN_XOr-5gf3S_z_qVidRecN83j_Kwe7iKAD04rnv3-5ObJzNNirLEBTF2L56ReGl4rNWz4aYje4iNQ/s400/asian_Dragon_and_ying_yang.jpg)
Cina-India contro resto del Mondo
Il Drago cinese e l’Elefante indiano sono i nuovi motori dell’economia mondiale. L’Asia, che aveva perso il Giappone quale sicuro primattore in grado di condizionare i mercati, ha acquistato due giganteschi propulsori. Quest’ultimo aggettivo non è usato a sproposito. I due colossi asiatici, in barba alle conquiste sindacali ottenute dagli operai europei e statunitensi, hanno rispolverato il concetto di proletariato, stanno conquistando enormi fette di mercato con la forza del numero dei propri cittadini, del livello inversamente proporzionale del loro salario nonché della sicurezza nel posto di lavoro. Oggi non c’è quasi alcun prodotto che non abbia almeno un componente che viene dalla Cina o dall’India. Le aziende europee e statunitense stanno spostando le proprie linee di produzione in questi due Paesi allo scopo di ridurre i costi e aumentare i profitti. Mi sta bene. Se un’azienda multinazionale qualsiasi è guidata da un ottuso manager che ha bisogno di dare trimestralmente al proprio Consiglio di Amministrazione un utile immediato senza alcuna previsione di più ampio respiro allora è giusto che le fabbriche europee e americane chiudano in favore di quelle cinesi ed indiane. Ebbene esse hanno vinto la battaglia commerciale. Occorre ammettere che è giunto il momento di alzare bandiera bianca. Noi siamo pronti ad arrenderci. Non siamo disposti a cancellare quanto di buono sono riusciti a conquistare i nostri padri ed i padri dei nostri padri. In questa sleale concorrenza vorrei che tutti noi smettessimo di lottare per le briciole di pane che stiamo con molta fatica cercando di dividerci. Non possiamo competere suicidando le nostre idee ed il nostro stesso modo di essere. Avete vinto cari manager ottusi e corrotti. Avete vinto cari cinesi, cari indiani. Noi abbiamo deciso di lasciarvi campo libero. Vorrei solamente farvi notare una cosa: se volete produrre da soli gli oggetti della società dei consumi che noi abbiamo creato perché questi ultimi non ve li comperate da voi? Quando le nostre aziende chiudono i propri stabilimenti in Europa e trasferiscono le produzioni in Cina o India portano nei vostri due paesi ingenti somme di denaro. Cioè proprio quelle che servono agli operai ed agli impiegati che si trovano a spasso, su una strada, per acquistare quello che state facendo con così tanto disprezzo per le nostre culture. Niente di personale ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Solo uno stolto può pensare che esportare senza importare, negare i diritti internazionali dei lavoratori e le più elementari forme di controllo della qualità dei prodotti, siano concetti alla base di un sistema che possa durare all’infinito e la crisi che attanaglia l’Europa ne è una decisa conferma. Perciò, e qui lo ripeto senza vergogna, tenetevi quello che avete fatto con così amorevole cura e preparatevi ad accogliere nelle vostre frontiere quel miliardo di nuovi poveri che avete saputo creare. In questo non vi siete dimostrati meglio di noi.

sabato 23 gennaio 2010

La tassa sull'inquilino.


La tassa sull'inquilino.
(L'immagine è tratta da http://filcusum.files.wordpress.com/2009/05/tasse.jpg)
E’ curioso come l’incoerenza del Fisco sia recepito come assoluta normalità. Tutti conoscono la differenza tra Imposte e Tasse e come queste ultime siano pagate dai cittadini a fronte di un servizio erogato dallo Stato. Io non capisco con quale criterio possa esistere la Tassa di Registro da pagare in egual misura tra conduttore e locatore di un immobile. Il primo, per intenderci, paga l’affitto di una casa e non ha bisogno di un servizio da parte di chicchessia. Il secondo ottiene un profitto dalla cessione temporanea del possesso di un bene. La logica direbbe che dovrebbe essere il locatore a sostenere il peso del balzello. Così non è e, in barba alla legge, il più delle volte avviene che tale tassa viene interamente pagata dall’inquilino, per ricatto o per disinformazione. Gli stessi bolli da apporre al contratto di registrazione sono a carico del locatario. Anche in questo caso non se ne capisce il nesso. Come ho già detto la tassa nacse a fronte di un servizio che lo Stato fornisce ai cittadini ma nel caso della Tassa di Registro qual è? In realtà il servizio di catalogazione dei contratti immobiliari serve al Fisco per determinare con più precisione l’esistenza di introiti economici da parte di cittadini proprietari di immobili. A maggior ragione non è comprensibile:
-perché un cittadino paga una tassa per il suo controllo
-perché questa tassa dovrebbe essere pagata dall’inquilino che ha meno vantaggi di tutti. L’unica spiegazione plausibile, anche se in questo caso ci si sta arrampicando sui vetri, è che lo Stato coinvolga volutamente gli inquilini nel controllo dei proprietari di immobili. Se non ci fosse l’obbligo di registrazione per entrambe le figure giuridiche probabilmente il locatario non “sentirebbe” l’esigenza di regolarizzare la sua posizione. A maggior ragione, quindi, l’inquilino che svolgerebbe in nome e per conto dello Stato un servizio non dovrebbe pagare alcuna tassa e, anzi, dovrebbe ricevere un emolumento. Come sappiamo, invece, le cose non stanno così. In conclusione, la tassa che si paga all’Ufficio del Registro è più simile ad un’imposta indiretta (l’IVA, per intenderci) che non una vera e propria tassa, eppure, ci passa davanti agli occhi tutta l’incoerenza del Fisco e “registriamo” il fatto come assoluta normalità.

Chi sono i cani?


(Immagine tratta da
http://www.bufobufo.org/images/2006/caniCina.jpg)
Chi sono i cani?
A Baudenasca, limitatamente al nostro caso personale, sembrerebbe che non si amino i cani. Io e mia moglie abbiamo tre splendidi cani. Ogni giorno li portiamo a passeggio e regolarmente raccogliamo i bisognini da terra. Nonostante si sia fatto il nostro dovere seguendo il giusto rigore della legge ci è capitato di scontrarci con l’imbecillità di alcune persone in un modo che ritengo doveroso riferire. Quest’estate, una sera come tante altre, in uno dei nostri soliti giri con quadrupedi al guinzaglio, il mio cane ha fatto i bisognini e prima che potessimo prendere il sacchetto e raccoglierli ci siamo sentiti apostrofare da un abitante del centro della frazione pinerolese. “Perché non li fate a casa vostra”? Forse, queste erano delle parole di benvenuto ma per fortuna i cani non comprendono la nostra lingua altrimenti anche il mio Ringo avrebbe avuto certamente da ridire. Il secondo fatto increscioso è legato a questo primo episodio. Un condomino del nostro stesso caseggiato si è sfogato con noi perché il nostro cane fa i propri bisognini nella nostra porzione di cortile (regolarmente recintata) e solamente verso sera, quando io e mia moglie abbiamo terminato di lavorare, possiamo andare a pulire. “Se non siete in grado di tenere un cane è bene che ve ne liberiate”. Per sostenere questo concetto ci è stata fornita copia del regolamento di condominio. Chiunque ha un po’ di dimestichezza con il Diritto sa che nessun contratto tra privati può andare contro una Legge Nazionale. Nessun regolamento di condominio può impedire ad un proprietario di cane di tenerlo con sé purché non disturbi in modo determinante i diritti degli altri condomini. Il mio cane non abbaia e quindi non impedisce il sonno ad alcuno, inoltre, non rompe o sporca le proprietà altrui. Se il bisognino puzza (e in un cortile aperto di più di un centinaio di metri quadri voglio vedere come ciò possa dare realmente fastidio) ritengo che sia assai meno pericoloso del fumo di sigaretta che proviene (ma guarda un po’…) dal balcone di questo condomino e invade la scala comune. Abito da pochi mesi a Baudenasca e qui ho visto mucche, cani, gatti, uccelli e persino delle volpi. Quello che non sapevo era che gli animali erano altri.